Il sostegno economico non è infinito: la legge parla chiaro, ma molto dipende dal comportamento del figlio adulto.

Quando un figlio raggiunge la maggiore età, molte famiglie credono che il capitolo “mantenimento” si chiuda automaticamente. In realtà non è così. Il passaggio all’età adulta non interrompe in sé l’obbligo genitoriale, e questo genera dubbi, soprattutto quando il giovane fatica a trovare un’occupazione stabile o un percorso professionale. La questione è diventata sempre più attuale soprattutto per situazioni lavorative instabili e percorsi di studio che si allungano.

Tutta sta nell’indipendenza economica: un traguardo che non dipende solo dall’età, ma anche dall’impegno del figlio. I tribunali, negli anni, hanno definito criteri sempre più precisi per stabilire quando il dovere del genitore può dirsi concluso. E, come vedremo, non si tratta di un automatismo né di un diritto “a tempo illimitato”. Allo stesso tempo, molti genitori temono che l’obbligo possa durare per decenni. Le norme e le sentenze recenti, però, non lasciano spazio a interpretazioni troppo estensive: il figlio maggiorenne deve mostrare responsabilità, costanza e reale volontà di costruirsi un futuro autonomo. Senza queste condizioni, il mantenimento non può proseguire.

L’obbligo non si ferma ai 18 anni

Compiere 18 anni non segna la fine del supporto economico. La legge prevede che il mantenimento continui finché il figlio non riesce a mantenersi da solo, a condizione che stia affrontando con serietà il proprio percorso formativo o professionale. Il sostegno, però, non è pensato per sostituire indefinitamente gli sforzi personali del giovane: l’obiettivo è accompagnarlo verso l’autonomia, non mantenerlo in una situazione di dipendenza a tempo indeterminato.

Autonomia economica

Autonomia economica: il criterio decisivo nelle decisioni dei tribunali-ungherianews

Un tempo si riteneva che l’indipendenza economica richiedesse un lavoro stabile e coerente con gli studi svolti. Oggi l’orientamento è diverso. La giurisprudenza afferma che l’autonomia si raggiunge anche con impieghi temporanei o non perfettamente in linea con le ambizioni del figlio. L’importante è che possa provvedere almeno in parte a sé stesso e che abbia dimostrato disponibilità ad accettare opportunità realistiche, senza rifiuti immotivati.

Ciò significa che un figlio adulto non può attendere il “lavoro ideale” rifiutando proposte concrete: un comportamento di questo tipo è considerato inerzia e fa venir meno il diritto al mantenimento. La responsabilità di dimostrare che il sostegno economico è ancora necessario spetta oggi al figlio maggiorenne. Deve provare di aver portato avanti con serietà gli studi o la formazione e di essersi attivato realmente nella ricerca di un impiego. La valutazione cambia molto a seconda dell’età: per un ragazzo poco più che maggiorenne basta dimostrare di impegnarsi nel percorso universitario; per un adulto è richiesta una prova molto più rigorosa, che mostri un’impossibilità concreta, e non colpevole, di trovare lavoro.

La legge inoltre non indica un’età precisa, ma le sentenze recenti evidenziano un principio chiaro: superata una certa soglia, diventa difficile sostenere che la mancanza di autonomia dipenda da circostanze oggettive. Alcuni tribunali individuano come riferimento i 30–35 anni, oltre i quali il mantenimento diventa eccezionale e richiede motivazioni particolarmente solide. Una volta raggiunta l’indipendenza economica, l’obbligo dei genitori cessa definitivamente. Se in seguito il figlio dovesse perdere il lavoro, l’assegno di mantenimento non può essere ristabilito. Eventuali difficoltà future possono dare luogo solo a un diverso tipo di aiuto: gli alimenti, pensati esclusivamente per garantire il minimo necessario.