Cultura

“La rapina del secolo”: tra pasticci e coincidenze

Articolo di Júlia Iván

Un inglorioso episodio delle cronache italo-ungheresi rimane senz’altro il memorabile furto del 1983. Infatti, durante la rocambolesca “rapina del secolo“, un gruppetto di 5 delinquenti italiani e 2 ungheresi rubarono sette dipinti di Raffaello, Giorgione, Tintoretto e Tiepolo da uno dei musei più importanti di Budapest, il Museo delle Belle Arti

Così, la polizia si trovò ad affrontare un reato senza precedenti, sia per il suo carattere “artistico, sia per il suo valore del tutto eccezionale: il valore estimato ammontava, infatti, a quasi 1,5 milliardi di fiorini. La notizia del colpo suscitò ovviamente un grande stupore in Ungheria e fece cronaca in tutta Europa. Ma quello che a prima vista sembrava “l’Ocean’s 12” dell’epoca, con l’avanzare delle indagini presto si rivelò un misto tra una commedia all’italiana e la satira ungherese.

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Il museo delle Belle Arti di Budapest

Cosa successe nella nebbiosa notte dal 5 al 6 novembre 1983?

I complici gironzolavano nei pressi della Piazza degli Eroi, pronti ad un’insolita visita notturna al museo. L’edificio era ponteggiato per lavori e il sistema d’allarme andò fuori servizio qualche giorno prima. Due coincidenze a favore dei banditi, che riuscirono ad entrare, agire e scappare senza ostacoli. Tre di loro si arrampicarono sulle impalcature sul retro, mentre uno rimosse il vetro della finestra attraverso cui raggiunsero con facilità la sala dei maestri italiani. Gli altri li aspettavano posteggiati in due Trabant – l’autovettura socialista meno affidabile e meno adatta.

Le investigazioni tra Ungheria, Italia e Grecia

Le indagini avanzarono a colpi di fortuna grazie alla serie di pasticci clamorosi commessi dai ladri, tutt’altro che all’altezza dei capolavori. Secondo le dichiarazioni della “mente” della banda, abbandonarono nel museo un cacciavite che ritenevano di produzione americana per deviare così i sospetti. Ma quel cacciavite risultò, loro malgrado, di fabbricazione italiana, così, anziché generare un conflitto tra il blocco sovietico e gli Stati Uniti, vennero coinvolti nelle indagini  anche i carabinieri italiani. Inoltre, la polizia identificò le impronte di un italiano e ripescò dal Danubio un sacco pieno di cornici antiche, proveniente dal Veneto.

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I quadri recuperati nel 1984, finalmente al Museo delle Belle Arti

 

In dicembre arrivò un’altra svolta favorevole per  gli investigatori ungheresi: tra i tanti adolescenti spariti, notarono una ragazza diciasettenne che mancava di casa proprio dal giorno del furto, e parlava italiano. Fu subito chiaro che conosceva i sospetti. Usata per le sue capacità di interprete, all’insaputa delle cattive intenzioni, la giovane ungherese sognava solo di scappare all’estero con il suo “fidanzato” italiano.

Con le informazioni relative alla minorenne, diventò facilissimo rintracciare i complici ungheresi e di conseguenza una delle tele rubate. Il “Ritratto di un giovane” di Raffaello era l’”ostaggio” sotterrato dai complici magiari in attesa dei 10.000 dollari – mai ricevuti – dagli italiani per la partecipazione.

Che fine hanno fatto i protagonisti?

I quadri dovevano finire dal committente presunto, un millionario in Grecia. Per ragioni sconosciute però, l’affare da 50.000 dollari non andò in porto: a mani vuote, i malviventi buttarono le pitture nel giardino di un convento ellenico.  Riscoperti e recuperati fortunatamente  a fine gennaio 1984, successivamente ai lavori di restauro, tutti i dipinti ritornarono nelle sale d’esposizione

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Ivano Scianti, l’ “Arsenio Lupin” a capo della rapina del secolo

Nel corso di tre mesi scattarono le manette sui polsi dei deliquenti. “L’amante dell’arte” greco però la fece franca, in assenza di prove. Il capo della banda, ricercato in Italia perfino per omicidio, è rimasto nel “settore” nonostante i 20 anni in carcere. Il “fidanzato” della ragazzina, invece, fu ritrovato senza vita nel Po nel 1992. Degli altri componenti della banda, scontata la pena, si perdono le tracce.

La storia del “gran colpo” esigeva assolutamente di essere immortalata: un libro documentario (Zombori Attila: Képes könyv) un film satirico (Képvadászok) ed una scenetta umoristica si ispirarono alle vicende delittuose.  E’ grazie proprio alle battute di Markos-Nádas, celebre duo comico bravissimo a mettere in ridicolo le assurdità degli anni ’80, che la memoria pubblica ricorda ancora oggi con un sorriso nostalgico la “rapina del secolo”.

 

© Riproduzione riservata

Foto: Mult-kor, Julia Ivan, Index.hu, Nepszava

 

 

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