Già le pensioni non hanno importi molto alti, spesso. Poi, se si commette questo errore, il danno è fatto ed è enorme

Molti pensionati si lamentano dell’importo relativamente basso della loro pensione, ma pochi sanno che una piccola decisione presa molti anni fa potrebbe fare la differenza tra una pensione da sopravvivenza e una rendita più confortante. Non aver investito in un fondo pensione complementare quando se ne aveva la possibilità può costare davvero caro. E, purtroppo, è troppo tardi per recuperare il vantaggio che si sarebbe potuto ottenere.

L’errore che ha fatto perdere milioni di euro a molti italiani riguarda l’opportunità di aderire a un fondo pensione. Il governo, oggi, sta cercando di sensibilizzare le nuove generazioni sull’importanza di pianificare una pensione integrativa, in modo da evitare il rimpianto di non averlo fatto quando sarà troppo tardi. La previdenza complementare non è più solo una scelta facoltativa, ma una necessità, soprattutto considerando il calo del tasso di sostituzione, ovvero la differenza tra stipendio e pensione.

Quanto si perde senza un fondo pensione

Negli ultimi 30 anni, molti italiani, anche quelli con disponibilità economica, hanno trascurato di investire in un fondo pensione. Oggi si ritrovano con una pensione base che non basta a mantenere il tenore di vita che avevano durante la carriera lavorativa. Se solo avessero deciso di versare una piccola somma ogni mese in un fondo pensione, avrebbero potuto avere un’integrazione mensile significativa.

Fondo pensione

L’importanza del fondo pensione – (ungherianews.com)

Ecco come funziona. In base ai dati della Covip, l’ente di vigilanza sulla previdenza complementare, negli ultimi dieci anni i fondi pensione negoziali hanno avuto un rendimento netto annuo medio di circa 2,2%. I fondi aperti, più dinamici, sono riusciti a fare ancora meglio, con una media compresa tra 4% e 6% annuo.

Immaginiamo che un lavoratore nel 1995 avesse deciso di investire 100 euro al mese in un fondo pensione con rendimento medio del 4%. Dopo 30 anni di versamenti regolari, il capitale accumulato sarebbe di circa 80.000 euro lordi. Applicando la tassazione agevolata (che scende dal 15% al 9% in base agli anni di partecipazione), il capitale netto sarebbe di circa 73.000 euro. Con un tasso di prelievo prudente del 3% annuo, il lavoratore avrebbe potuto contare su un’integrazione mensile di circa 200 euro netti al mese per vent’anni.

Se invece il profilo di rischio fosse stato più dinamico, con un rendimento medio del 6%, il capitale finale sarebbe stato superiore ai 100.000 euro, con una rendita di 250 euro mensili. Questo dimostra quanto un piccolo sacrificio mensile, se ben pianificato, possa trasformarsi in una rendita che cambia davvero la qualità della pensione.

Un altro vantaggio che molti ignorano riguarda la fiscalità agevolata. I versamenti al fondo pensione, fino a 5.164,57 euro all’anno, sono interamente deducibili dal reddito imponibile, con un risparmio immediato sulle tasse. Inoltre, i rendimenti interni dei fondi pensione sono tassati al 20%, molto meno rispetto alla tassazione sui risparmi ordinari (che arriva al 26%).

Nonostante i vantaggi, i fondi pensione non sono strumenti perfetti. Ad esempio, il riscatto anticipato è consentito solo in alcuni casi specifici, come spese sanitarie gravi, acquisto della prima casa o perdita del lavoro, e spesso solo parzialmente. Inoltre, la legge prevede che almeno il 50% del capitale venga convertito in rendita al momento del pensionamento, limitando così la possibilità di prelevare tutto il capitale in un’unica soluzione.