In occasione del Budapest Forum 2025, abbiamo avuto l’opportunità di approfondire un tema di grande attualità e rilevanza: l’attacco degli autocrati alle università, sia in Europa che a livello globale. Per discutere di questo fenomeno, abbiamo intervistato Carsten Q. Schneider, Presidente e Rettore ad interim della CEU.

Il fenomeno degli attacchi alle università da parte di regimi autoritari non è affatto nuovo né localizzato, ma ha radici profonde nella storia contemporanea. L’autonomia accademica e la libertà di pensiero sono state spesso considerate una minaccia dai poteri che cercano di controllare la conoscenza e la narrativa pubblica.

Consapevoli che le sfide per il mondo accademico sono complesse e includono anche dinamiche interne (dal precariato ai finanziamenti da parte di attori portatori di interessi specifici), in questa intervista abbiamo scelto di focalizzarci in modo specifico sulle pressioni esterne da parte dei governi, che minacciano direttamente la libertà accademica.

  • Perché le università vengono attaccate nei regimi non democratici?

“Le autocrazie attaccano le università perché il sistema educativo e la ricerca sono pilastri fondamentali di una società democratica. A differenza dei sistemi non democratici, che offrono certezza sui risultati (ad esempio, chi vincerà le elezioni) e incertezza sulle regole, le democrazie garantiscono la chiarezza delle regole (come il metodo accademico) pur accettando l’incertezza dei risultati. È proprio questa incertezza che i regimi autoritari non possono tollerare.

Le università si basano sul metodo accademico, che difende la ricerca indipendentemente dalle conclusioni a cui essa porta. Questo processo di indagine, che a volte produce risultati “scomodi” o sgraditi al potere, rappresenta una minaccia diretta per i regimi che vogliono controllare la narrativa.

Non è solo la libertà accademica a essere sotto attacco, ma tutte le istituzioni che operano seguendo regole e principi propri, al di fuori del controllo del governo. Le università, i tribunali e i media indipendenti sono tutti bersagli perché la loro esistenza mette in discussione l’autorità assoluta del regime non democratico (in ogni sua forma, dalla democrazia illiberale alla teocrazia o alla dittatura).

La storia ha dimostrato che per i Paesi che attaccano le proprie istituzioni accademiche, spesso la conseguenza è un declino a lungo termine. Nel migliore dei casi, soffocare il pensiero critico, la ricerca indipendente e il dibattito aperto porta a un impoverimento intellettuale e a una perdita di competitività che finisce per danneggiare l’intera nazione. Nel peggiore dei casi, lo abbiamo visto succedere anche nella Germania degli anni ‘30 e negli altri regimi totalitari del XX secolo.”

  • Quali sono le strategie più efficaci che le università possono adottare per difendere la loro autonomia e la libertà accademica di fronte alle crescenti pressioni dei regimi autoritari?

“Difendere l’autonomia universitaria di fronte alle pressioni autoritarie richiede un approccio che, sebbene possa sembrare controintuitivo, si focalizza sulla propria missione fondamentale: la produzione di conoscenza e la creazione di uno spazio di dibattito libero.

L’errore, secondo la mia visione, sarebbe per le università quello di scendere nell’arena della politica quotidiana, rischiando di perdere la propria legittimità e credibilità. Non dobbiamo imporre “una risposta”. La forza delle universitá non deriva dall’essere un attore politico, ma dal saper creare un luogo in cui le persone possono confrontarsi e arrivare a risposte attraverso un metodo rigoroso. Questo non vuol dire non impegnarsi, o non agire ma l’università deve rimanere fedele al proprio ruolo di istituzione indipendente, concentrandosi in azioni che agiscano sulla creazione e sulla diffusione della conoscenza

La lotta per la libertà accademica non dovrebbe quindi ridursi ad una mera battaglia partitica, ma una lotta per proteggere il processo di ricerca, ovunque esso conduca. Questo impegno, le rende un baluardo contro l’autoritarismo, che difende la metodologia scientifica e il dibattito razionale.”

  • Quale invece il ruolo dei partiti e delle ong?

“Come sottolineato dagli esempi dei sindaci di Budapest e Varsavia, è fondamentale ascoltare e prendere sul serio gli elettori e i partiti moderati, compresi quelli di centro-destra. La polarizzazione estrema indebolisce la democrazia. 

A partire dal livello locale, i partiti e i loro politici, devono per questo fornire un senso di cambiamento, anche se in piccola scala, può contrastare il senso di impotenza che alimenta l’estremismo.

Il centrodestra non deve cedere: rappresenta un “firewall” cruciale, a differenza di quanto accaduto negli anni ’30, quando il suo cedimento in molte democrazie ha spianato la strada all’ascesa di regimi autoritari.”

  • In che modo la comunità accademica internazionale può collaborare in maniera più efficace per sostenere le università e i ricercatori che operano in paesi con regimi illiberali o autoritari?

“La comunità accademica internazionale può sostenere in modo più efficace università e ricercatori che operano in regimi illiberali o autoritari attraverso la solidarietà, la collaborazione e la creazione di spazi sicuri per il pensiero critico. 

Un modello per noi efficace, che adottiamo alla CEU da 35 anni, é di agire sia tramite accoglienza diretta di studiosi a rischio (scholars at risk) provenienti da contesti difficili, sia tramite progetti ad hoc. Il supporto si concretizza in:

  • Accoglienza diretta: Offrire a professori e ricercatori la possibilità di continuare il loro lavoro in un ambiente sicuro e libero da pressioni politiche. L’esperienza della CEU dimostra che è possibile creare un clima di collaborazione anche tra persone provenienti da Paesi in conflitto, trasformando il confronto in un’opportunità di dialogo e comprensione.
  • Progetti specifici: Lanciare iniziative dedicate a università o sistemi educativi sotto attacco, come il progetto della “Invisible University for Ukraine“, che supporta la continuità della ricerca e dell’insegnamento anche in contesti di guerra. L’obiettivo è espandere questo modello per sostenere altre realtà in crisi. 

La difesa della libertà accademica non può essere un’azione isolata. In Paesi che mantengono una facciata democratica, le pressioni possono essere meno evidenti, come la manipolazione dei bandi di ricerca o la selezione politicizzata dei progetti. La trasparenza e il sostegno reciproco tra istituzioni internazionali possono smascherare e contrastare queste pratiche più “sottili”.

Se le democrazie occidentali, in particolare gli Stati Uniti, abbandonano il loro ruolo di sostenitori della libertà accademica, il vuoto potrebbe essere colmato da altri attori, come la Cina, che promuovono modelli di ricerca e istruzione allineati ai propri interessi politici. Questo metterebbe a rischio non solo i Paesi sotto attacco, ma anche l’integrità del sistema accademico globale.

La difesa della libertà accademica è una responsabilità collettiva. Confidando nella forza delle partnership internazionali, le università possono rafforzare la propria resistenza e garantire che la ricerca e il pensiero critico continuino a prosperare in ogni angolo del mondo.”

  • Qual è il messaggio della CEU nel guidare il dibattito su come ricostruire e rafforzare le istituzioni democratiche e accademiche in contesti difficili?

“Il messaggio della CEU si basa su un principio fondamentale: non bisogna mai temere di difendere la propria essenza e i propri valori.

La scelta della CEU di trasferirsi a Vienna per mantenere la propria autonomia, pur essendo un’opzione costosa, è stata un atto di resistenza contro il compromesso. L’università ha compreso che cedere anche su un solo punto avrebbe significato, a lungo andare, perdere la propria identità e integrità. Per questo, ha preferito il trasferimento al compromesso, dimostrando che è meglio sacrificare la sede che l’indipendenza.

La visione della CEU per il futuro non si basa sulla paura o sulla difesa, ma sull’ottimismo e sulla creazione di nuove visioni. In un’epoca di profonde sfide, il suo messaggio è:

  • Non guardare al passato: Il mondo sta cambiando rapidamente, e non si può sperare di tornare a com’era prima. È inutile sprecare energie per difendere un passato che non tornerà.
  • Essere proattivi e innovativi: La comunità accademica (e non solo) deve smettere di essere sulla difensiva e iniziare a immaginare e costruire qualcosa di nuovo. La missione è creare visioni e soluzioni per il futuro, non limitarsi a reagire alle minacce.
  • Costruire alleanze: La solidarietà tra istituzioni è fondamentale per resistere alle pressioni e rafforzare il fronte comune a difesa della libertà accademica.”

In conclusione, il messaggio del rettore Schneider è un inno all’ottimismo e alla proattività. Non bisogna guardare al passato che non tornerà, ma concentrarsi sulla creazione di nuove visioni. Le università devono collaborare, costruire ponti e difendere i propri valori, senza paura, per essere i motori del cambiamento e del progresso in un mondo in continua evoluzione.

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Fonte immagine di copertina: CEU / Daniel Vegel – Credit foto interne di Political Capital