Incontriamo Pierluigi Sergi, cantante, diplomato in tromba e chitarra classica. A Budapest, Pierluigi presta la sua voce a Walk My World, una produzione che si allontana dai canoni del teatro tradizionale per abbracciare un linguaggio immersivo e multidisciplinare.
Proprio recentemente abbiamo avuto il piacere di assistere alla magia della sua performance, (clicca qui per leggere la nostra recensione completa dello spettacolo che ha celebrato la sua 100esima replica).
In questa intervista, Pierluigi ci racconta la sua sfida nel calarsi nell’universo immersivo di Walk My World, analizza la transizione dal ruolo di frontman a quello di elemento di un collettivo complesso, confronta la scena artistica italiana e quella magiara, riflettendo anche sulla gestione della performance vocale in un contesto dove la vicinanza con il pubblico e il gesto acrobatico annullano ogni distanza.
Il personaggio e l’immersività
Pierluigi, ci racconti chi interpreti in questa produzione e cosa si prova, a livello umano e artistico, a essere parte integrante di uno spettacolo immersivo come Walk My World qui a Budapest?
In questa produzione non interpreto un personaggio classico legato direttamente alla narrazione, ma una figura più eterea, sospesa, che fa da collegamento tra il mondo dei mortali e quello del Walk My World.
Attraverso la voce divento anche un ponte con l’Italia: oltre a brani internazionali, interpreto anche brani italiani che raccontano amori tragici e nostalgia passata — da “Un anno d’amore” di Mina, a “Mi sono innamorata di te” fino a “Caruso” di Lucio Dalla.
Sono canzoni che aggiungono una dimensione emotiva molto forte all’esperienza.
Il mio personaggio osserva questo mondo attraverso una maschera, proprio come il pubblico.
È una presenza che esiste ai margini, che entra in relazione solo in momenti precisi con alcuni personaggi, mantenendo sempre una certa distanza, quasi simbolica.
A livello umano, sono stato accolto fin da subito con grande gentilezza, stima e professionalità, cosa tutt’altro che scontata.
A livello artistico, mi sento molto fortunato, è un’esperienza che sta ampliando concretamente i miei orizzonti e il modo in cui immagino il mio percorso futuro.
L’Universo Recirquel
Quali sono le differenze principali che riscontri tra questa performance e le tue esperienze precedenti? Entrare nel mondo del “circo-danza” di Recirquel è stato più difficile o più stimolante, considerando anche il confronto quotidiano con una produzione così multiculturale?
La differenza più grande rispetto alle mie esperienze precedenti sta nel modo in cui interpreto il mio ruolo all’interno dello spettacolo. Qui ogni parola, ogni emozione è completamente immersa nel personaggio e connessa a 360 gradi con Walk My World.
In passato il mio live si basava molto sull’interazione diretta con il pubblico, quindi il coinvolgimento era più esterno.
Ora quella connessione assume una forma diversa: più intima, più profonda, quasi invisibile, ma allo stesso tempo molto più potente. Entrare nel mondo del circo-danza di Recirquel è stato estremamente stimolante.
Lavorare quotidianamente con artisti di culture diverse ti spinge a crescere continuamente, a confrontarti con linguaggi nuovi e a ripensare il tuo approccio artistico.
È un ambiente che ti sfida senza compromessi, e questo rende l’esperienza unica.
La Voce e la Gravità
Nel circo contemporaneo il corpo è lo strumento principale. Come cambia il tuo modo di cantare quando non sei più su un palco tradizionale, ma la tua voce deve interagire con acrobati che sfidano la gravità a pochi centimetri da te e con un pubblico che ti circonda a 360°?
Sicuramente avverto molto di più la pressione esterna, perché il contatto con il pubblico è molto più ravvicinato e immersivo.
Ma allo stesso tempo amo questa sensazione: ti spinge a dare il meglio di te ogni giorno.
Non puoi permetterti errori, né lasciare trasparire emozioni o stati d’animo che non siano connessi allo spettacolo.
È una sfida intensa, ma proprio per questo incredibilmente stimolante.
Dal Frontman al Collettivo
Tu sei il frontman della Kontrada Kalie e polistrumentista: in una produzione con 32 artisti, come cambia il tuo ruolo? Hai trovato nuove sfide e soddisfazioni nel sentirti parte di un ingranaggio collettivo così complesso?
Essere frontman ti abitua a guidare, a prendere decisioni e a stare al centro dell’attenzione.
Qui ovviamente il mio ruolo cambia: non sono più al centro, ma faccio parte di un meccanismo collettivo.
All’inizio è stata una sfida abituarsi agli spazi, integrarsi in un sistema così complesso e ampio.
Ma proprio questo ha aperto nuove soddisfazioni: capire che il risultato più potente nasce dall’equilibrio tra singolo e collettivo.
Essere parte di Walk My World mi ha insegnato a crescere come artista e come persona: impari a collaborare e ad inglobare la tua voce nello show senza sopraffare l’insieme. È una dinamica nuova, stimolante, che arricchisce ogni performance.
Libertà vs Struttura
Trovi che l’ambiente del circo contemporaneo offra una maggiore libertà di improvvisazione rispetto alla struttura solitamente più rigida e codificata del musical tradizionale che hai frequentato in passato?
Nel circo contemporaneo c’è una struttura chiara, ma allo stesso tempo un margine sorprendente per l’improvvisazione. A differenza del musical tradizionale, dove ogni movimento e ogni nota sono rigidamente codificati, qui puoi respirare dentro la forma, reagire al momento, aggiustare sfumature in tempo reale.
Questa libertà, però, non è anarchia: richiede un controllo totale e una consapevolezza profonda dello spettacolo.
È un equilibrio delicato tra disciplina e creatività, che ti permette di sperimentare senza mai compromettere l’armonia complessiva.
Per me è un aspetto estremamente stimolante: puoi esprimerti pienamente, ma sempre in relazione a tutto ciò che accade intorno a te.
Italia vs Ungheria
Avendo vissuto entrambe le realtà, hai gli elementi per fare un confronto tra le opportunità lavorative e la valorizzazione della figura del cantante nel settore del circo e dello spettacolo tra l’Italia e l’Ungheria?
In Italia c’è talento, ma spesso manca il sistema che lo sostiene davvero.
In Ungheria, almeno in realtà come Recirquel, ho trovato più investimento, più visione, più coraggio nel creare progetti grandi e internazionali. Il cantante non è visto solo come “voce”, ma come artista completo, parte di una narrazione più ampia.
Questo cambia tutto: ti permette di crescere, sperimentare e essere riconosciuto non solo per la tua voce, ma per il contributo complessivo che puoi dare allo show, e anche per il modo in cui lavori su te stesso.
L’impatto con la Città
Sei entrato a far parte di Recirquel nel 2025: dopo questo primo periodo, come ti ha accolto Budapest? Ti senti già parte del tessuto artistico di questa capitale? È cambiata la tua visione del tuo percorso futuro da quando sei arrivato qui?
Budapest mi ha accolto in modo diretto, senza troppe promesse. Mi sento ancora in costruzione qui, ma è proprio questo il punto: sto creando qualcosa, non solo vivendo un’esperienza. La città mi ha permesso di vedere il mio percorso da una prospettiva più ampia. Ha confermato che il mio lavoro può avere una dimensione più internazionale, più contaminata, più libera.
Ed è esattamente quello che sto cercando di costruire per la mia carriera.
DOMANDA BONUS – Messaggio Libero
Pierluigi, lo spazio è tuo: cosa ti senti di dire agli italiani che vivono a Budapest e a tutti gli italiani in Italia che guardano all’Ungheria con curiosità o interesse artistico?
Agli italiani direi: non aspettate il momento o il posto perfetto.
Non esiste.
Se sentite di dover fare qualcosa artisticamente, provateci.
Uscite, confrontatevi, rischiate.
Budapest, come tante altre città, non è una soluzione magica, è solo un posto dove provare a costruire qualcosa.
E cercate di portarvi dietro non solo le paure, ma anche un po’ di ambizione, senza esagerare.
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© Riproduzione riservata
Fonte immagine di copertina: Walk my World
Un ringraziamento speciale ad Elisa Zanlari del Circo Puntino per il supporto nell’ideazione dell’intervista.