Viaggio a Fót, tra i “suoni dell’anima”

Articolo di Andrea Lombardi

Arriviamo a Fót, cittadina di 18 mila anime nella provincia di Pest, 15 chilometri a Nord della capitale. Lontano dai ritmi della città, Fót sembra un luogo calmo, ricco di verde e spazi aperti: una chiesa gialla si erge al centro del quartiere Gyermekváros (“la cittadella dei bambini”), ed è qui a fianco che si tiene il festival Zeng a lélek – ragione per cui ci troviamo qui, nel nostro pellegrinare per terre magiare.

Zeng a lélek tradotto vuol dire “suoni dell’anima”: è un festival di paese organizzato ogni anno ai primi di giugno “per tenere vive la cultura e le tradizioni locali, e trasmetterle ai più giovani” ci svela Viktoria, musicista di qui, che parla in italiano.

La pioggia del primo pomeriggio non ha intaccato gli umori, al contrario sembra aver ravvivato le atmosfere nature della festa. “Piove ogni anno nel giorno del festival” dice uno degli artigiani, “semmi baj” – nessun problema. Tra breve infatti arriverà anche il sole.

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Sul palchetto centrale si seguiranno per tutto il giorno musiche e danze dalla tradizione, suonate e ballate dai ragazzi del luogo ma anche da Budapest e altre regioni dell’Ungheria, o dalla Transilvania – terra che con l’Ungheria condivide, oltre alla lingua, una buona parte delle radici e della cultura.

Così vediamo una giovanissima cantante che presenta un canto tradizionale, un duetto con violino e gardon*, un saggio di danza moderna incentrato su “I ragazzi della via Pál”*, gruppi di ballo magiaro, transilvano e csángó* -tutti in costume e acconciatura d’epoca.

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Tra uno spettacolo e l’altro giriamo per le bancarelle che espongono prodotti lavorati a mano, assaggiamo i kolbász* e la birra artigianale, giochiamo ai giochi che si usavano una volta. Intanto un fabbro insegna a un bimbo come martellare il ferro per forgiare una lama, più in là una nonna sta mostrando a una nipotina come tessere la tela, ancora più giù altri bambini modellano lana cotta.

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L’aria è distesa e familiare: noi siamo tra i pochissimi ‘turisti’, e tutti ci sorridono.

Troviamo il tempo per entrare nella chiesa gialla*: qui incontriamo la custode, che vuole guidarci nelle stanze chiuse al pubblico dove è conservato, spiega, un prezioso marmo raffigurante Gesù.

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In piazzetta intanto i “suoni dell’anima” proseguono e a noi viene voglia di ballare, così decidiamo di cimentarci coi passi di danza magiara. I danzatori al centro sono lieti di includerci nel cerchio, poco importa se non indoviniamo nemmeno un passo, se non capiamo una parola dell’ungherese.  Certe cose, certi momenti, certe connessioni – come certi suoni, vanno diretti all’anima, lì non servono parole.

Cala la sera, le danze continuano, per noi invece è ora di tornare in città: con noi quella sensazione che ci portiamo dietro ogni volta che ci addentriamo nella ungheresità più autentica, che un po’ ci ricorda ogni Sud del mondo, e in qualche modo ci fa sentire a casa pur non essendo a casa.

 

Foto: nell’articolo di Andrea Lombardi, in copertina 24.pk3.hu

NOTE:

*gardon: strumento a corde dall’aspetto simile al Violoncello originario dalla Transivania e Ungheria, da suonrare come percussione, pizzicando e battendo le corde con un archetto

*Csángó: minoranza etnica magiara insediata in territori tra Moldavia e Romania

*I ragazzi della via Pál: romanzo per ragazzi dell’autore ungherese Ferenc Molnár.

 *kolbász: salsicce speziate e affumicate all’ungherese

*chiesa gialla: Chiesa dell’Immacolata Concezione di Fòt (Szeplőtelen Fogantatás)

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