Il 21 aprile 1937 nasceva a Budapest Giorgio (György) Pressburger: intellettuale, scrittore e scenografo ungherese di religione ebraica, naturalizzato italiano. Sopravvissuto alla Shoah, Pressburger e la sua famiglia scapparono dall’Ungheria a causa della Rivoluzione del 1956. In Italia Pressburger si formò in diverse città, per poi stabilirsi definitivamente a Trieste.

Pressburger rappresentante della cultura mitteleuropea

Scomparso nell’ottobre del 2017, Pressburger fu uno dei migliori rappresentanti della cultura mitteleuropea, e non perse mai il legame con la propria terra d’origine. Dal 1998 a 2002 fu direttore dell’Istituto di Cultura Italiana di Budapest, e nel 2008 il Ministero della Cultura ungherese lo nomina direttore dei programmi per Pécs Capitale della Cultura Europea 2010.

L’Ottavo distretto di Budapest

Della sua produzione letteraria vogliamo in questo articolo ricordare “Storie dell’Ottavo Distretto”, scritto assieme al fratello Nicola, nel quale i Pressburger ricordano la propria infanzia ed i propri ricordi di questo distretto affascinante della capitale ungherese. Riproponiamo di seguito l’introduzione del libro.

Giorgio Pressburger

“Il turista che si accinge a visitare Budapest, città principe di un impero inesistente da oltre mezzo secolo, ma ancora famoso per la gaia vita che vi conducevano i signori e per la molteplicità dei popoli che raccoglieva, capiterà nell’Ottavo Distretto soltanto per uno sbaglio.

Scendendo alla stazione ferroviaria Est egli, per distrazione, potrebbe imboccare qualcuna delle vie più strette, di sera buie, dall’acciottolato di granito che si dipartono dalla larga via Rakoczi alla sinistra di chi procede verso il centro.

Foto storica di piazza Kalman Tisza, oggi piazza Giovanni Paolo II

Lì non troverà monumenti né luoghi famosi né ridenti quartieri. Case scrostate, seppure con le tracce di un decoro originale, da quasi un secolo non più tutelato, lo accoglieranno con indifferenza; e la gente che va e viene negli androni e lungo le strade apparirà altrettanto indifferente; semmai con strani lampi di ansia negli occhi. Non è un luogo da visitare a cuor leggero, quello, ma di vita sofferta, dolorosa, talvolta abietta. Dopo aver percorso parecchie strade il turista vedrà tuttavia anche grandi piazze piene di alberi: perché l’Ottavo Distretto era nato, alla fine del XIX secolo, come quartiere spazioso, sano, pronto a dare vita dignitosa ai suoi abitanti borghesi. Gli urbanisti del tempo l’avevano immaginato quasi come una città ideale, tracciando estese superfici con destinazioni ben definite. Da un lato del quartiere si scelse il luogo per un grande cimitero, che ben presto si riempì di migliaia e migliaia di tombe, alcune di proporzioni monumentali, con mausolei pomposi per i Padri della Patria. Altri due lati dovevano essere fiancheggiati da strade principali, arterie fondamentali di Budapest, la via Rakoczi, appunto, e uno dei corsi “anulari” che partono dal Danubio e ritornano al Danubio. Il quarto lato restava aperto per dare spazio a eventuali industrie, magazzini o luoghi di commercio.

Foto storica di Piazza Teleki

Nel mezzo del distretto, la spaziosa piazza Colomanno Tisza, con i suoi prati verdi e le molte panchine di pietra, sarebbe dovuto divenire un centro per così dire spirituale, grazie alla presenza del Teatro Comunale, sorto però soltanto qualche decennio più tardi e ora una delle migliori costruzioni teatrali della città, in grado di ospitare oltre duemila spettatori. Non lontano da questa piazza, un complesso ospedaliero, composto da un edificio in mattoni rossi e da un altro costruito dopo con moderni rivestimenti di piastrelle verdi, assicurava servizi sanitari importanti. L’edificio di mattoni, munito di una imponente torre e di un ascensore rotante, provvisto di varie cabine, chiamato Pater Noster per la sua somiglianza a un gigantesco rosario, era la sede della Provvidenza Sociale Nazionale.

Poco distante da piazza Colomanno Tisza gli architetti avevano tracciato un altro spazio libero, chiamato poi piazza Teleki, destinandolo a mercato per la sua ottima posizione in vista dell’afflusso di merci provenienti da fuori città e dei compratori dai quartieri più centrali. E fu poi questa seconda piazza a fagocitare, con l’andare dei decenni, tutto il resto del nuovo distretto e a darvi un’impronta che nessuno degli illustri pianificatori del futuro di Budapest si sarebbe mai aspettato. Il mercato infatti attirò sul posto un grande numero di mercanti ebrei: rigattieri, commercianti di alimentari, banconieri, osti sempre ponti a ubriacare i contadini venuti a vendere in città la loro mercanzia. Tutti costoro si infiltrarono a poco a poco nel tessuto delle case, occupando gli scantinati e le buie stanze al pianterreno. Gli abitanti dei piani superiori, borghesucci, nobili decaduti, benpensanti, patrioti, rentiers, presto fuggirono; ed i caseggiati, costruiti con pretenziosità, con appartamenti vasti, fregi floreali, stucchi, statue sulle facciate, vennero adattati alla nuova popolazione. Le abitazioni furono divise fino a formare alveari di piccoli appartamenti a una sola stanza, privi di agi e di quei servizi igienici che la vita urbana prevedeva ormai per tutti coloro che avevano dignità. I commercianti ebrei dagli scantinati salirono fino agli ultimi piani delle case.

All’inizio del XX secolo dell’era cristiana l’Ottavo Distretto di Budapest era già stato occupato da decine di migliaia di ebrei e di zingari, le due minoranze reiette dell’impero austroungarico, mentre il mercato di piazza Teleki, con chioschi e bottegucce piazzati su ogni metro quadrato, era divenuto un non trascurabile centro d’affari nonché crogiuolo di povertà e di sofferenza umana. Quella povertà e quella sofferenza che incominciano ben presto e non si sa quando finiscono”.

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