La memoria dei soldati ungheresi sul fronte isontino

Doberdò, un nome che a tanti italiani suona sconosciuto. Perchè mai dovrebbero conoscere questo piccolo comune, di appena mille anime, in provincia di Gorizia?

Eppure se viaggiamo in Ungheria potremmo facilmente imbatterci in una via o piazza che porta questo nome. O magari se fossimo più fortunati, potremmo sentire intonare, all’ingresso di un bar, da qualche baffuto magiaro, la più famosa canzone della guerra mondiale: “Kimegyek a Doberdoi harctérre” (Vado al campo di battaglia di Doberdò).

Il nome Doberdò (in sloveno Dob-er-dob) è infatti diventato, nella cultura ungherese, pietra miliare della memoria collettiva nazionale. Ha contribuito il fatto che “dob” in ungherese  significa gettare o tamburo, rievocando così suoni ed emozioni della guerra, come i lunghi e pesanti cannoneggiamenti effettuati dall’artiglieria.

Queste terre diventarono protagoniste del conflitto quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria (maggio 1915) aprendo un fronte che andava dal Trentino al Carso. L’Isonzo ne rappresentava il confine orientale, oltre al quale vi erano le “italianissime”, per la propaganda, città di Gorizia e Trieste.

Sull’Isonzo si combattè dal 1915 al 1917 XII battaglie che causarono la morte di più di 500.000 soldati. In una sola giornata potevano morire più di 10.000 uomini, uccisi dal fuoco nemico o amico, dalle mazze chiodate o dalle granate, dal gas o dai proiettili, dalla sventura o dalla “incapacità” dei propri comandanti. Per non parlare delle malattie e della mancanza d’igiene che, spesso dimenticate dal “glorioso racconto patriottico”, furono una delle principali cause di morte.

Il fronte carsico contrapponeva l’esercito italiano a quello asburgico, composto da soldati ungheresi, sloveni, croati e austriaci. Italiani che combattevano per completare “l’unificazione nazionale”; austriaci chiamati a difendere la famiglia imperiale; sloveni e croati che dopo la pubblicazione degli Accordi di Londra percepivano già l’Italia come futuro occupante. Fra questi gli ungheresi, giunti da villaggi lontani, che non possedevano particolari motivazione nella guerra contro l’Italia, ma che servirono la volontà dell’Impero, lasciando più di 100.000 caduti.

Questi giovani soldati sono stati consacrati come “gloriosi martiri” dalla storia nazionale, ma oggi più che mai è il caso di ricordare come la maggioranza di essi andava alla guerra senza grandi convinzioni. Accettavano la chiamata come un contadino accetta un cattivo raccolto o una disgrazia naturale: remissivamente. Quando però gli inverni lontano da casa diventarono troppi, non ebbero paura di dimostrare insubordinazione e opposizione (come dimostra la ribellione della Brigata “Catanzaro”).

Oggi il carso goriziano è diventato terra del ricordo, dove ci si imbatte facilmente in trincee, caverne, ruderi bellici e monumenti. Soprattutto cimiteri, perchè qui i soldati caduti dovevano essere sepolti. Il loro ricordo, contrassegnato da sacrari, lapidi o cippi, è così diventato essenza e quotidianità per chi vive in queste terre, elemento stesso del paesaggio naturale.

Qui si possono trovare indifferentemente monumenti ai caduti italiani ed austoungarici, anche se spesso forme e finalità sono differenti. Questi monumenti narrano, non solo il ricordo della prima guerra, ma ci raccontano soprattutto di come nei decenni passati si è sviluppata la sua memoria, e di come la propaganda l’ha voluta tramandare.

Non deve sorprendere vedere quindi nelle vicinanze dei grandi monumenti patriottici italiani, costruiti negli anni ’30, i piccoli monumenti austroungarici, spesso già sistemati negli ultimi anni di guerra. I combattimenti qui hanno avuto esiti particolari, dal 1915 al 1917 dopo XI battaglie il fronte si era mosso solo di poche decine di metri, mentre con la disfatta di Caporetto la linea del fuoco si sposta più di cento chilometri a ovest.

Doberdò, San Michele e Redipuglia si ritrovano così nell’inverno del 1917 catapultati nelle retrovie. Qui, già nei mesi precedenti, i soldati italiani ed austroungarici avevano iniziato a costruire “precari” monumenti in ricordo dei compagni caduti.

I primi monumenti erano spesso semplici accatastonamenti di pietre o armamenti militari. Ma non solo, in alcuni casi anche elementi naturali potevano fungere da simbolo del ricordo. E’ il caso dell’ “albero isolato”. Albero trovatosi nel mezzo dei feroci combattimenti, che resistette a granate e bombardamenti. Quando l’albero “morì” fu recuperato e trasportato in Ungheria per farne una reliquia. Ancora oggi è possibile vederlo al museo di Szeged da dove in occasione del centesimo anniversario, grazie al lavoro del Gruppo Speleologico Carsico, verrà riportato sul Carso.

Negli ultimi anni di guerra i soldati ungheresi costruiscono numerosi monumenti che in seguito vengono lasciati intatti dall’amministrazione italiana. Il ricordo ancora vivo dei lunghi e dolorosi anni passati in trincea l’uno di fronte all’altro avevano creato un sentimento di rispetto verso “il nemico”, con il quale si erano dovute sopportare le stesse sofferenze.

I monumenti ungheresi rimangono così al loro posto, ed anzi sulla cima del San Michele viene installata una lapide con iscritte le seguenti parole: “Su queste cime italiani ed ungheresi combattendo da prodi si affratellarono nella morte”.

E’ con l’avvento del fascismo che il ruolo della Grande Guerra, ed i monumenti ad essa dedicati, subiscono un primo profondo mutamento. Per Mussolini la guerra patriottica, l’onore ed il coraggio del soldato italiano devono essere costantemente ricordati a fondamento della nuova Italia fascista, e perciò esaltati e tramandati. Le salme disperse nelle miriadi di piccoli cimiteri vengono così raggruppate e inseriti in maestosi monumenti, di cui l’apice è il Sacrario di Redipuglia, costruito nel 1938. Le nuove costruzioni non vanno però ad intaccare i monumenti in ricordo del nemico, anzi in alcuni casi i grandi Sacrari fascisti accolgono i resti dei fanti austroungarici, in particolare di quelli magiari.

In Ungheria il ricordo della Grande Guerra è intrinsecamente legato al Trattato del Trianon, il “calvario” della nazione magiara. Il paese è uscito sconfitto dalla guerra, e mentre i suoi soldati combattevano a centinaia di chilometri da esso i Trattati di Pace sancivano enormi perdite territoriali. Il reggente Horthy progettò alla fine degli anni ’30 un imponente costruzione, a Buda in prossimità del ponte Petőfi, con lo scopo di rendere omaggio ai combattenti di Doberdò e Przemysl, ma l’avvicinarsi della seconda guerra mondiale ne fermarono i progetti.

Il ricordo di Doberdò non ha così avuto possibilità di definirsi: gli sconvolgimenti politici occorsi nel piccolo paese magiaro, il preminente shock del Trianon e l’avvicinarsi della guerra hanno reso impossibile una sua sedimentazione.

Dopo la seconda guerra mondiale i nuovi traumi e la situazione geopolitica crearono altre barriere alla memoria dei soldati caduti sul fronte isontino.

In Italia i monumenti costruiti negli anni ’30 vennero identificati come simboli fascisti, simboli stessi di un regime da dimenticare. Negli stessi anni però, il ricordo si sviluppa in nuove direzioni come dimostra l’inaugurazione nel 1951 dell’Ara pacis mundi, a Medea, volto a simboleggiare il rifiuto di tutte le guerre come recita l’iscrizione: “L’odio produce morte, l’amore genera vita”.

I grandi monumenti militari del carso goriziano rimangono invece spazi pubblici utilizzati in particolare nelle festività militari. Diventano così luoghi di parate, in particolare il 4 novembre quando viene ricordata la firma del Trattato di pace e viene festeggiata la “vittoria”.

In Ungheria, invece, il ricordo è fortemente influenzato dall’ideologia del nuovo regime. Il fronte isontino, i suoi monumenti, gli studi accademici, vengono tralasciati e diventano un tabù per il regime comunista, i cui interessi si rivolgono esclusivamente al fronte interno, quello rivoluzionario. Unico esempio controcorrente è la diffusione del romanzo “Doberdò” scritto da Máté Zalka, giovane fante che andò a combattere prima sull’Isonzo e poi come volontario comunista nella Guerra civile spagnola.

Il ricordo dei soldati magiari entra così in una fase di oblio, la loro memoria viene dimenticata in Patria, mentre i monumenti in Italia sono abbandonati e vanno deteriorandosi.

Un nuovo interesse rinasce dalla secondà metà degli anni ottanta quando anche la situazione politica e culturale dell’Europa centrale subisce profondi cambiamenti. Sono gli anni in cui il concetto culturale di Mitteleuropa e politico-amministrativo di Alpe Adria risvegliano nuove energie. Sono anni in cui la collaborazione fra associazioni e amministrazioni regionali di confine riportano la centralità del tema della pace, della convivenza e dell’abbattimento dei confini. In questo nuovo ambiente rinasce l’interesse per i monumenti ungheresi in provincia di Gorizia, valorizzati ora come strumenti, non solo del ricordo, ma anche come elementi da cui creare e sviluppare reti di collaborazioni all’interno della società civile.

Il nuovo spirito si inserisce nei cambiamenti che sconvolgono l’Europa del 1989. Nel 1990 il Gruppo Alpini di Monfalcone restaura il Cippo, eretto nel 1917, in onore del 4° reggimento honvéd magiaro; il 2 novembre 1991 sul San Michele il Ministro degli esteri ungheresi inaugura una lapide al soldato magiaro con inciso le seguenti parole: “il nostro sacrificio impone di fare del bene”. E’ la prima visita ufficiale di una delegazione di questo rango dalla seconda guerra mondiale in poi. Sempre nel 1991, a Cervignano, si svolge un incontro con i rappresentanti di Alpe Adria per sottolineare l’importanza della pace e delle fratellanza. Nel 1992 il legame fra singole personalità italiane ed ungheresi viene ufficializzato dalla nascita dell’associazione “Amici dell’Isonzo” che collabora con l’associazione ungherese “Isonzó Baráti kör” di Győr per la valorizzazione dei monumenti ungheresi in Italia e quelli italiani in Ungheria.

Le attività di sistemazione dei monumenti continuano, nel 2005 è la volta del cimitero di Ukanc in Slovenia restaurato con i fondi di Visegrad. Nel 2009 viene inaugurata nel comune di Doberdò la Cappella ungherese di Visintini, monumento dal forte carattere simbolico per la memoria ungherese. Luogo di culto la cui costruzione è iniziata nel 1917, interrotta dopo la fine della guerra e finita nel dimenticatoio per tutto il ‘900 fino a quando grazie al lavoro dell’associazione “Amici dell’Isonzo” è stata completata ed inaugurata alla presenza del Presidente della Repubblica Ungherese.

Oggi nel centenario della Grande Guerra nella provincia di Gorizia sono stati avviati numerosi progetti atti alla sensibilizzazione della società sulle tematiche delle guerra e della pace, questi progetti possono compiere il loro percorso grazie al lavoro effettuato nei decenni precedenti da singole associazioni o personalità che hanno reso possibile la conservazione della memoria dei soldati sul fronte isontino.

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